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“Ferenczi richiama la nostra attenzione sul modo in cui gli adulti banalizzano la sofferenza infantile, che può essere invece vissuta dai bambini con grande intensità. In tal modo, Ferenczi ci presenta un altro aspetto della nozione di disconoscimento, fondato questa volta sull’insensibilità degli adulti per la vulnerabilità dei bambini alle situazioni violente. C’è una cecità, da parte degli adulti, rispetto alla condizione di vulnerabilità nella quale si trova un bambino.”

Jô Gondar. “Ferenczi come pensatore del trauma sociale”

il paper lo trovi qui: SOPRAVVISSUTI, VITTIME E TESTIMONI. LE EVOLUZIONI DELLA TECNICA DI FRONTE AL TRAUMA nel numero 2 di Wise Baby
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"In questo lavoro, mi riferisco a conversazioni informali che ho avuto con sopravvissuti della Shoah e del genocidio ruandese, e di come tali esperienze mi abbiano condotto a immaginare differenti tipi d’intervento che possano rendere la conversazione terapeutica adatta alle risorse dei testimoni.
Marie entra nella stanza con timido sorriso. Due settimane prima, lei mi aveva inviato un’e-mail dal Ruanda, chiedendomi un appuntamento per il periodo in cui avrebbe trascorso un breve soggiorno in Francia, dove era stata invitata da una università. La incontro per la prima volta, essendomi stata appena segnalata da un’amica ruandese. Evito di chiederle spiegazioni preliminari: Marie è una sopravvissuta al genocidio dei Tutsi in Ruanda, mentre io sono membro dell’associazione Ibuka, che si occupa dei problemi degli scampati al genocidio.
Può destare curiosità il fatto che uno psicoanalista riceva qualcuno per un colloquio senza un progetto preciso, e anche che lo faccia in nome di un impegno militante.
… avevo sviluppato l’idea che la militanza nei casi di violenze collettive consenta di entrare più agevolmente in contatto con le vittime. La vittima ha infatti necessità di sapere chi sia il suo interlocutore, per potersi mettere al riparo dal rischio che la sua testimonianza non venga creduta vera. Per i sopravvissuti Tutsi questo bisogno è particolarmente urgente, a causa del negazionismo che li circonda, e che aggiunge dolore a dolore, e ulteriore senso d’ingiustizia all’ingiustizia patita. Continuare a confrontarsi con l’indifferenza dell’altro rappresenta sempre, per la vittima, un trauma ulteriore".

Da: Entrare in relazione con il sopravvissuto: quali strumenti tecnici per lo psicoanalista?
di Régine Waintrater

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Nuova Pubblicazione: ecco la nostra traduzione di IL TRAINING IMPOSSIBILE di Emanuel Berman:
Un punto di vista relazionale sulla formazione degli psicoanalisti
In questo libro, l’Autore descrive le aporie del sistema di formazione degli psicoanalisti, collocate nel contesto di grandi controversie presenti nella storia della psicoanalisi, e come un’“autentica identità psicoanalitica” sia stata da sempre oggetto di idealizzazione, dando luogo a vissuti persecutori e a ribellioni contro tendenze infantilizzanti e autoritarie, tuttora presenti nel processo di supervisione. L’osservazione di tali difficoltà da un vertice relazionale e intersoggettivo, rende possibile intercettare eventuali aree cieche e derive paternaliste, e favorire nei candidati lo sviluppo di esperienze maggiormente fiduciose e personali nella relazione fra supervisore e supervisionato. Berman indica, quale missione degli odierni maestri di psicoanalisi, il compito di fornire alle prossime generazioni di studenti le risorse per affrontare con creatività le sfide di un domani tuttora sconosciuto.
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